BERNOCCO N’EST PAS JO CONDOR


Charlie sì, Bernocco no


Coloro che avranno la bontà e la pazienza di leggere questa mia succinta riflessione si chiederanno: «Jo Condor, chi era costui?», riecheggiando l’interrogativo del famoso pusillanime don Abbondio, il quale si chiese chi fosse Carneade.

Ebbene, specie a beneficio dei più giovani, ricordo che Jo Condor è un personaggio  della pubblicità del secolo scorso nato dalla matita di Toni Pagot, nome d'arte di Antonio Pagotto (Milano, 16 dicembre 1921Roncello, 7 luglio 2001), un animatore e fumettista italiano, divenuto famoso soprattutto per la creazione, assieme al fratello Nino, del personaggio di Calimero, il pulcino nero di Carosello.


Jo Condor è la trasmutazione fumettistica e goliardica del termine “giocondo”, che come sappiamo  vuol dire “giulivo”, “gioioso”, e che per estensione ha assunto la connotazione di “inebetito”, “scemo”. In altre parole, quando qualcuno ci dice: “Non ho mica scritto in fronte Jo Condor”, vuole dirci “non son mica fesso”.

Fatta questa necessaria premessa, “si je suis Charlie au contraire  je ne suis pas Jo Condor”. 
Il sottoscritto, in altre parole, non è fesso, ma si delizia nel leggere ed ascoltare quelle che ritiene essere fesserie, certe amenità sparate in aria come i fuochi artificiali che non lasciano traccia, come lo sono certe non tanto velate “minacce” dirette a zittirmi e alle quali sin d’ora rispondo con un sonoro pernacchio alla Edoardo De Filippo nel film L’oro di Napoli.
L’antefatto.
Discorro con un sacerdote ruvese che mi riferisce che qualcuno non meglio identificato (vige la regola del sigillo) si è risentito per il mero ed innocuo fatto che scriva articoli di politica latu sensu, talvolta in tono satirico o sarcastico. 
Satira sempre contenuta e, credo, rispettosa della dignità delle persone, fino a prova contraria, cioè, che ne so, una querela per diffamazione da parte di chi si sia sentito leso, atto che non mi è stato mai notificato. 
Non potrei scrivere di politica perché, udite udite, sono un dipendente pubblico cui, secondo l’ignoto costituzionalista, sarebbe preclusa la libertà di espressione del pensiero, sancita nell’art. 21 della nostra Carta costituzionale.   
Invero non è la prima volta che mi si rimprovera di non mantenere un profilo basso o infimo. Mi chiedo il perché di tanta immeritata attenzione ai miei articoli. Danno forse noia? Scrivo infamie? Sono caustico? Intingo la penna nel veleno? O dico cose di qualche interesse che suscitano la curiosità dei lettori?
Chi mi conosce bene sa che porto il massimo rispetto a tutti, e tutte le opinioni sono da me bene accette, critiche comprese, purché abbiano un fondamento solido e non poggino su dati caratteriali o su interessi privatistici, fra i quali ci sono anche  quelli di partiti o frazioni di partiti.
Mi duole se taluno si sia sentito o si senta offeso da quanto scrivo. Però, aggiungo subito, vi è sempre il diritto di replica e, soprattutto, vi è la possibilità, che non ho mai rifiutato a nessuno, di incontrarmi e di discutere e dialogare.
Invece, che cosa accade? Si spara a zero e chi s’è visto s’è visto. Ci sarà poi chi mi riferirà il pettegolezzo e le cose finiranno lì, almeno per me, con una sonora risata ed una alzata di spalle. Conclusione: continuerò a fare il mio mestiere, o meglio a coltivare il mio hobby preferito.
Devo purtroppo constatare che qualche Charlie ruvese contesta un Charlie del suo stesso paese nel mentre manifesta per la libertà di pensiero.
Ma, per l’appunto, non sono Charlie, pur essendomi addolorato per l’accaduto, e non sono neppure Jo Condor.
A buon intenditore poche e parche parole.

Salvatore Bernocco