Cosa Vedono Gli Occhi

IL PASSATO PRESENTE

Da vent’anni a questa parte, anno più anno meno, va in onda la stessa commedia, con attori e comparse che si scambiano i ruoli ed copioni... Occorrerebbe uno scatto d’orgoglio, una forza nuova, un’energia nuova e coinvolgente. Un respiro profondo e rinnovatore, uno spirito nuovo, direi messianico. 





Passato prossimo, passato remoto.

Lo so, non esiste in grammatica il passato presente.

È un modo che però esiste nelle fibre delle cose di ogni giorno e nelle viscere delle vicende che ci circondano. Anche le nostre vite spesso conoscono una sorta di passato presente, quando viviamo il presente alla stessa maniera di come abbiamo vissuto il passato. 

Ci accorgiamo, ad un certo punto, quando l’occhio della coscienza è meno miope, che non ci sono stati sviluppi significativi, nessun progresso rispetto alle intenzioni ed ai progetti che avevamo accarezzato qualche tempo prima e che ci erano sembrati a portata di mano. 

Invece del progresso, anzi, constatiamo con rammarico che c’è stato un regresso, una stagnazione, l’omologazione a schemi e strutture mentali e di pensiero che pure hanno fatto il loro tempo e che, se avessimo avuto la forza e l’energia dei pionieri, di coloro che non dormono più di una settimana nello stesso luogo, avremmo dovuto gettare nel cassonetto dell’inservibile o del non più utile, dopo averne celebrato i fasti e le esequie pubbliche.

Ci attende il futuro, cioè un nuovo modo di essere e di agire coevo alle necessità dei tempi nuovi, che, come diceva Moro, sempre si annunciano e reclamano di venire alla luce, di essere assecondati, guidati con intelligenza e lungimiranza, non di essere abortiti. 

Ma il futuro incute timore ed è preferibile non smuovere la palude. Salirebbe alto il gracidio degli abitanti del pantano della storia, l’urlo degli abortisti che soffocano sul nascere il nuovo che vorrebbe affacciarsi alla vita, essere ascoltato ed accolto nella misura in cui possa rivelarsi funzionale all’etica della felicità, non a quella delle varie deontologie, dei codici che limitano le libertà per asservire gli uomini agli interessi di nuove e vecchie caste.

Quando un potere nasce, esso è già vecchio. In altri termini, quando un nuovo potente si affaccia alla ribalta della storia – che sia locale o meno poco importa – egli sa già di decrepito, di conturbante, di preoccupante. Perché è potere, non autorità. 

Perché si preoccupa della cura degli interessi propri, non di far crescere la comunità secondo una linea di progresso, di emancipazione culturale, di libertà di pensiero. Da che mondo è mondo, il potere tende a mettere all’angolo l’autorità travestendosi da essa, spacciandosi per essa, e a sopprimere chiunque si permetta di criticare, polemizzare, esprimere un orientamento che sia in contrasto con il suo.

Al potere piace molto il passato presente.

Lo coniuga senza alcuna difficoltà, con estrema scioltezza. È il suo habitat naturale, perché il potere è sempre stantio, naftalinico, museale. Non ama le autostrade, preferisce i vicoli ciechi, al termine dei quali vi è quel muro su cui ama arrampicarsi. 

Ogni novità, che si tratti di un’idea, di una critica, di un sussulto di novità, di un fremito di passione, lo getta in uno stato di prostrazione, a cui reagisce con la durezza e la spietatezza degli strumenti del potere, avvalendosi dei preziosi servigi di gregari e pettegoli, di mezzi uomini e quaquaraquà, di baciamani e leccapiedi. 

Gli yesmen sono i suoi ansiolitici. Nessun dialogo deve essere possibile con chi ha osato intaccarne la facciata perbenista e borghese, quella, tanto per intenderci, che si indossa durante i cortei, le pubbliche manifestazioni, i riti civili e religiosi. 

Per il potere è obbligatorio l’abito scuro. E la maschera pirandelliana, in ogni circostanza, che attenga alla vita o alla morte.   

Ora, sperimentiamo sulla nostra pelle il divario che vi è fra pensiero ed azione, che è come dire che risponde al vero il detto “fra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare”, sempre. 

Il mare delle nostre segrete attitudini, il mare dei nostri limiti, il mare degli ostacoli che si frappongono fra l’idea e la sua concretizzazione, fra l’eutopia e la prassi. 

Il mare delle risoluzioni precarie e quello dei volti appassiti che vorrebbero, dopo essersi sottoposti  ad una operazione di restyling o di lifting, rimettersi in gioco per perpetuare le loro agonie, scaricarle sugli altri, spruzzando i virus del parassitismo e della piattificazione. Tomasi di Lampedusa docet 

Il passato presente.

Le stesse comunità sperimentano il pantano del passato presente. Vero è che per certi versi il passato, per un meccanismo delicato della memoria o dell’anima, ci appare talvolta più desiderabile, più bello e luminoso del presente. Ma, per l’appunto, è una distorsione del pensiero, poiché anche il passato presentava i suoi problemi, è stato la culla di guerre, carestie, morti, ingiustizie, disumanità. 

C’è che in passato eravamo più giovani. Eravamo adolescenti o fanciulli, alle prese con le sudate carte e le prime cotte, sotto l’ala protettiva e lo sguardo vigile ed amante dei nostri cari. Poi siamo cresciuti, siamo entrati nell’età adulta e abbiamo conosciuto le disillusioni e la fatica di vivere. 

La canna si è incrinata sotto la furia dei venti. Abbiamo dovuto confrontarci con un orizzonte sempre più angusto, stretto nei margini di solidi dubbi e timide certezze. I miraggi si sono fatti occasionali e sono nate nuove consapevolezze, spesso liberanti. La vita, per larga parte, è questa: un processo di liberazione e di educazione al ben-vivere.

La nostra comunità cittadina è immersa nel passato presente, malgrado talune avanguardie inascoltate e derise dai servi del potere. La politica, che è arte nobile e difficile, è stracca. Procede a passi stracchi, pesanti, con grande affanno. 

Lo affermo con rammarico, dopo aver vissuto negli anni 70 del precedente secolo una città diversa, avvertito un’aria diversa, un clima di maggior rispetto fra gli uomini, assaporato gusti diversi, sebbene anche allora i problemi non mancassero. Sono cose che conosco bene, avendo avuto un padre che fu sindaco di Ruvo dal 1971 al 1976.

Da vent’anni a questa parte, anno più anno meno, va in onda la stessa commedia, con attori e comparse che si scambiano i ruoli ed copioni, con traditi che diventano traditori e traditori che si scoprono a loro volta traditi, con amici che si separano e nemici che si ritrovano. 

I programmi mirabolanti, quelli che si snocciolano durante le campagne elettorali, stringi stringi, a cosa si riducono? La risposta non compete a me, la lascio a voi.          

Percepisco soltanto questo: che il passato presente rende asfittici e ansimanti i nostri giorni comunitari. 

Occorrerebbe uno scatto d’orgoglio, una forza nuova, un’energia nuova e coinvolgente. 

Un respiro profondo e rinnovatore, uno spirito nuovo, direi messianico. 

Ruvo, di certo, non necessita né di facilitatori, vecchi e nuovi, che complicano le cose, né di giovani baldanzosi e perdutamente innamorati della propria immagine e quindi amanti del profumo del potere.  

Salvatore Bernocco