TERRA, ENTROTERRA, RETROTERRA E SOTTOTERRA

Ai pigolii rispondiamo con una manciata di mangime. Ed i pulcini si acquietano e aspettano, aspettano, aspettano. 




Terra vo’ cercando, direbbe il poeta. Terra mia, amara e bella, come un Ulisse contemporaneo di ritorno da conflitti interiori contro i cattivi pensieri, i gatti neri, che non hanno da mangiare, caro ed indimenticato Lucio Dalla, che un giorno, quasi per caso, approdasti in questo luogo ameno, che riposa su una collina, “terzo comune per estensione della Provincia di Bari, una città dell'olio oltre che città d'arte”, e, aggiungerei, del vino e delle mandorle, dell’aceto (sono in tanti che, come si usa dire dialettizzando, “se ne vanno all’aceto”), dei cani randagi e dei topolini che si aggirano spauriti per il centro storico, pensando a quanto possa essere “profondo il mare” esterno ai sottani e ai tuguri dove sono acquartierati come i Francesi in quel di palazzo Melodia, prima di essere sgominati dagli Italiani nell’epica disfida di Barletta, tenzone cavalleresco tenutosi il 13 febbraio 1503.
Leggo che Ruvo è stato “il set per alcune scene dell'episodio Bari di Lina Wertmuller, contenuto nel film 12 registi per 12 città del 1989”. 12 registi per 12 città. 92 avvisi di garanzia per altrettante persone, più o meno, sotto la regia del magistrato Savasta. Come cambiano i tempi! 

Terra mia, dove si enfatizza il niente e si deprime il sensato. Dove si mangia bene e si legge poco, perché le parole – si pensa da queste parti – lasciano il tempo che trovano, mentre una braciola, una sagra, un panzerotto, una degustazione, aiutano a mettere carne e scacciano la tristezza.
Ruvesi, popolo di buongustai. Ruvo, terra delle cime di rape e delle orecchiette fatte in casa da improbabili nonne con la scuffia. 

Terra di giochini, e non mi riferisco né a quelli erotici né a quelli politici, che sono ben poca cosa sebbene procurino molto danno.
Terra di giacobini pronti a tagliare le teste degli alti papaveri, ma solo a parole, perché il popolo ruvese è un popolo pacifico col più alto tasso di contenzioso privato.
Quante teste sono cadute a parole! Poi, chissà come, quelle teste riapparivano sul collo dei decapitati alle successive elezioni. Terra di illusionisti, di giochi di prestigio, di favori spiccioli che rendono molto.
Terra di timori reverenziali. Terra di quisquilie, di gazebo all’ultimo grido (quello dei commercianti) disegnati da una Soprintendenza che usa pesi e misure diversi.
Corato, Terlizzi, Molfetta, Trani, non sono come Ruvo. Perché Ruvo è più bella?
Perché Ruvo fa parte dell’entroterra e l’entroterra deve essere sospinto ancora più verso l’interno come in un viaggio dantesco?
Misteri burocratici italiani, pugliesi e, in particolare, baresi. Ci abbelliamo, appariamo, ma non abbiamo un soldo e l’economia langue, secca come una coda di lucertola mozzata sotto il sole canicolare.  

Nell’entroterra non c’è vita. Ci sono rimasugli di esistenze una volta floride. 
Nell’entroterra le cose appaiono statiche, senza ali, senza respiro. C’è erba dovunque, sia lì dove dovrebbe esserci sia dove non dovrebbe esserci.
Un tempo Ruvo veniva definita come una masseria. Chissà che quei tempi non stiano tornando di gran carriera a causa del dolce torpore dei seguaci della filosofia e del modus vivendi della controra.
Ai pigolii rispondiamo con una manciata di mangime. Ed i pulcini si acquietano e aspettano, aspettano, aspettano. La sera allunga le sue ombre sul paese e le luci si spengono. Resta qualche lumino acceso dietro le finestre come nella notte di Halloween per propiziarci i defunti.
L’entroterra è il luogo del defunto. Così ci è stato detto. Non abbiamo nessuna via d’uscita, se non quella di acquietarci, di attendere, o di passare l’estate altrove, alla marina, tempo permettendo.
Abbiamo scarso appeal d’estate, miei cari concittadini, e fa niente se un tempo Ruvo fu mèta di spettacoli teatrali di grande qualità. Era la stagione di Pia Olivieri. Ma lasciamo stare. Altri tempi.
A breve ci sarà l’ennesimo Talos Festival. Verranno da fuori terra in quel di Ruvo, verranno le genti foreste, e per qualche giorno assurgeremo a terra, l’hinterland sarà accantonato. Ma riaffiorerà, non preoccupatevi, perché è faccenda di retroterra.
E già! 

Il nostro retroterra culturale qual è? Qualcuno si è mai posto in quest’ottica? Qualche amministratore o politico o capo transitorio di partito si è posto il quesito di quale sia il nostro retroterra?
Quali le tradizioni da valorizzare e quali quelle frutto di fisime e che non andrebbero avallate da personaggi in cerca d’autore, rectius di consensi a poco prezzo?
Il nostro retroterra ha ancora un senso oppure dobbiamo farne piazza pulita e metterci a novanta gradi dinanzi al dilagante e vacuo nuovismo, che fa di tutte le iniziative un’arte, di ogni arte un evento, di ogni evento un fatterello dimenticato due minuti dopo la sua conclusione? 

Sottoterra giacciono uomini che hanno dato lustro a questo nostro paese collinare, che cioè riposa da qualche tempo sopra una collina compatta di debiti.
Sottoterra, nelle loro fosse, essi si girano e si rigirano, sebbene le loro anime siano altrove, si spera in luoghi luminosi.   
                                                                                                                                                                                                                                                                    Salvatore Bernocco