Quarantana Connection


ovvero della famiglia, del carciofo e della foglia di fico.




Mafia Connection. Pizza Connection. Pezzi forti. Collegamenti che evocano scenari violenti. Truci richiami, immagini cruente, collegamenti della mente, link cerebrali. Poi, andando a zonzo nel vasto mondo del web, mi sono imbattuto nel sito Italian Connection ( specializes - si legge - in hand-crafted walking, cooking and cultural tours exclusively in Italy.  We help you to experience the true character of Italy, the way Italians do.  When you travel with us, you’re treated like una della famiglia—one of the family). 


In parole povere – ed in italiano –  Italian Connection scarrozza il turista (pare tuttavia riferirsi esclusivamente alle donne, che sia l’invenzione di qualche maschio italico?) in giro per l’Italia, trattandolo come uno della famiglia. E ci risiamo: “uno della famiglia” mi rimanda alla trama del Padrino, film del 1972 diretto da Francis Ford Coppola, prima pellicola della trilogia omonima firmata dal regista. Chi non ricorda Don Vito Corleone, il mafioso interpretato magistralmente da Marlon Brando?

Ora nel Belpaese, quando si parla di famiglia, ci si pone su piani scoscesi o inclinati.
Ad un capo c’è la famiglia ex art. 29 della Costituzione, intesa come “società naturale fondata sul matrimonio”. Su questo tipo di società nulla quaestio. È sottoposta a tensioni, ma regge. 

All’altro capo c’è la famiglia malavitosa, quella società o cricca o cosca adusa al malaffare. 

Leggo su un sito web che “in siciliano una cosca è una foglia di carciofo. L'uso del termine in ambito mafioso non è casuale. Le 'cosche', le foglie del carciofo, formano varie cerchie; le cerchie più esterne proteggono dalla vista quelle più interne, in modo da mantenere la segretezza, e Cosa Nostra è appunto una società segreta. Questo è il punto fondamentale. L'osservatore esterno vede solo le foglie (cosche) esterne, cioè i delinquenti di strada, carne da macello che vanno a riscuotere il pizzo ed eseguono a loro volta i lavori di bassa macelleria e passano la maggior parte della loro vita in galera o fuggendo dai killer rivali. 


Questo è quello che normalmente appare nella cronaca dei giornali e che non spiega la vera natura dell'organizzazione. Le foglie esterne a loro volta, hanno una visione limitata dell'organizzazione interna, perché il sistema di cerchie ne impedisce la vista. Via via che ci si inoltra verso l'interno, le cerchie sono costituite da sempre meno foglie, fino a quando non si arriva al 'cuore' del carciofo Cosa Nostra, segretissimo e la cui conoscenza e visibilità è ristretta a pochissime persone. 

Questa struttura finalizzata al mantenimento della segretezza serve non solo a proteggere i propri membri dalla legge, ma anche a nascondere ciò che ha sempre garantito la crescita ed il prosperare dell'organizzazione, cioè i legami con il potere politico, economico e uomini delle istituzioni. Dunque il carciofo Cosa Nostra è una società segreta, come per esempio la carboneria e la massoneria”.

Fra i due estremi si collocano situazioni intermedie, più prossime alla prima o alla seconda. Possiamo chiamarle foglie di fico? Foglie di fico più o meno coprenti quelle che un tempo si chiamavano “vergogne”?   


Ora, fatta questa essenziale premessa, chiediamoci: Ruvo di Puglia, quieta cittadina a nord di Bari, città oggi tristemente nota per le cozze nere pelose di Emiliano e ancor prima per Tarantini e la escort Patrizia D’Addario, vi sono famiglie o carciofi? O vi sono situazioni intermedie, cioè foglie di fico?


Possiamo adombrare una Quarantana Connection all’ombra della Torre dell’Orologio o del Gallo di Melodia? Il fenomeno mafioso a Ruvo non c’è. Non ci sono morti ammazzati. Non ci sono trafficanti di droga. Non c’è il racket del pizzo. Però qualcosa c’è. Si avverte sottopelle, come un pelo incarnito, che c’è, si sente ma non si vede. 


Ci sono le faide silenziose, quelle che non usano la doppietta ma che rivendicano l’esercizio di un potere a prescindere dal consenso dei cittadini e che si avvalgono di reti di collegamento, di amici degli amici, di ruffiani, di esecutori d’ordine e portavoce. Questi clan ricorrono alla intimidazione più o meno palese dopo aver fatto inutilmente ricorso alla adulazione. 


Sul tavolo i mammasantissima, che potremmo chiamare Carciofoni, non hanno una 44 Magnum come quella dell’ispettore Callaghan, ma documenti, carte, elenchi, soffiate, denunce, mistificazioni ed interpretazioni vagamente legalistiche. 


Con questo armamentario questi clan tentano di condizionare il quadro politico o amministrativo o economico, incutendo timore ed inducendo l’avversario (rectius, il nemico) a più miti consigli. La morale di fondo qual è? È questa: il manovratore non va disturbato. 


A maggior ragione non va disturbato se ha perso una competizione ed è incazzato con tutto il mondo. Attila, in questo caso, è il capro espiatorio. Colpirne uno per educarne cento (Mao Zedong). E questo, a dire il vero, sa un po’ di cosca sicula oltre che di regime. 

      

Ma le faide agiscono nel contesto di famiglie partitiche. Non sempre, ma spesso accade. Ed è sotto gli occhi di tutti, per cui sarebbe superfluo dilungarsi. Rottamati versus rottamatori. Sinistra contro il resto del mondo. 


Partiti nati dall’incontro-scontro di quattro, cinque anime, che si muovono in modo convulso se non schizoide. Partiti-pulce, che contano quanto il due di briscola, che tossiscono forte affinché qualcuno si accorga che ci sono o che c’erano. 


Già, talvolta si tratta di echi provenienti dal passato politico ed amministrativo di questa nostra città, su cui grava una colpa grave, quella di non aver fatto i conti con la propria storia, pace con la cultura, siglato un patto con il progresso, quello che discende dalla naturale vocazione del nostro territorio, dalla tutela e valorizzazione del verde, del patrimonio storico ed artistico, delle nostre tradizioni.


Qui siamo ancora sotto la spada di Damocle dei comparti. Qui siamo con le spalle al muro. Qui per sviluppo si intende ancora il cemento, solo il cemento, nient’altro che il cemento. Armato. Ma sapete qual è il santuario eretto alla cementificazione nel nostro comune? L’immobile che sorge dove prima sorgeva il Cinema Politeama. Vuoto. Un santuario non frequentato. Un alveare senza api. Un cippo al dio della decadenza. Che tristezza!   


Esiste quindi il partito del mattone? Vi è una Brick Connection? Mi sembra di sì. È pericolosa? Condiziona o tenta di condizionare la vita amministrativa? Non saprei dire. So soltanto che un appartamento a Ruvo, IMU o non IMU, costa l’ira di Dio, e che gli elevati costi possono pure indurre a fare soldi facili. 


E forse ne è un risvolto la presenza massiccia di banche. Che il ruvese sia un po’ spilorcio è risaputo. Che sia amante dello straniero, pure! Che riponga il denaro sotto il mattone ed investa nel mattone, anche questo è noto, perché è ritenuto un bene rifugio. Ma piange  miseria, si lamenta sempre, secondo la logica secondo cui “chi si lamenta viene creduto”. 


Quelli che fanno le fortune della Brick Connection invocano trasparenza e prezzi più contenuti. Vanno in giro con le pezze al culo, ma acquistano. Gli imprenditori, di comune accordo, tengono i prezzi alti. Le banche, piene di soldi, non erogano mutui. Le famiglie delle giovani coppie intervengono, danno garanzie, sottoscrivono fidejussioni. La famiglia è al contempo vittima e finanziatrice del sistema.  Strozzinaggio sociale? Sì. Questa è in sintesi la Brick Connection: strozzinaggio sociale, con il cane che si morde la coda.  

             

La Parish Connection è un altro filone della Quarantana Connection. Non ha a che fare con il sacro e con il culto che si deve a Dio, ma col profano. Ogni parrocchia (parish, in inglese) si è inventata di sana pianta la sua sagra, la sua festa, con contorno di bancarelle, mercatini delle pulci, luminarie. Dio passa in secondo piano, e con lui pure il santo o la santa. Questa è religione commerciale. Non va bene. 


I soldi dei fedeli dovrebbero essere investiti per il regno di Dio, non per quello di Mammona. E il regno di Dio, se non erro, consiste in questo: fare la carità, senza che la destra sappia ciò che fa la sinistra. Senza dar fiato alle trombe, come un tempo faceva Turchetti. Mi ripeto: non è educativo. E sarebbe ora che si pubblicassero i bilanci di chiese e parrocchie e confraternite.   

 

E che dire della Trumpet Connection? E dei bersaglieri che bersagliano Ruvo? E che cos’è questa storia di tutte queste bandiere italiane (ce le ritroveremo anche nel salotto di casa?) e di un’altra statua? Per onorare chi? Chi è caduto nelle cosiddette missioni di pace, missioni di guerra invero? 


Sono addolorato per chi è caduto e per le loro famiglie, ma forse sarebbe il caso di erigere un monumento al bracciante agricolo, al lavoratore, all’artigiano, al commerciante. Questo invasamento nazionalpopolare mi mette a disagio. Meno divisioni e meno divise militari. Questo dovrebbe essere l’obiettivo di un popolo civile. 


Bene, la rapida disamina è terminata. Potrei scrivere di più, ad esempio di associazioni filantropiche che servono a vellicare l’ego dei propri presidenti pro tempore, o di un’Amministrazione comunale che fa fatica a smaltire la botta della vittoria. Anche in questi casi vi sono delle connection, ma non voglio tediare il lettore, al quale va il mio sincero ringraziamento per aver avuto la pazienza di giungere fino qui.  



                

  Salvatore Bernocco