Il Dio Di Passaggio

Avevamo ricevuto diversi allarmi, richieste di intervento, imprecazioni, inviti a chiamare la Sovrintendenza… sulla strana “cosa” in costruzione davanti alla facciata senza pace di palazzo Jatta.
Abbiamo mantenuto la calma e alla fine la verità, che sa sempre dove andare, come sempre è venuta a trovarci.
È lo stesso autore dell’opera, il giovane Massimiliano Di Gioia, a parlarcene.
Si tratta di una installazione, il Dio Stupore. Un’opera d’arte che starà lì un mese, “se i vandali non me la buttano giù prima”.
Quindi possiamo stare tutti tranquilli.
Si tratta di un dio di passaggio
Mentre resta che un giovane talento ruvese ha avuto la possibilità di esprimersi anche in patria dopo averlo fatto con successo fuori.
Speriamo diventi una regola. Che il dio delle opportunità passi più spesso e magari si fermi un po’.

Addio a un amico




I funerali non fanno per me. Sono tra quelli che preferiscono ricordare i vivi. E specialmente non amo il rito delle condoglianze. Ma questa volta è diverso. Bisogna, esserci. 

Pino lo ricorderò comunque, per sempre, vivo e gioviale dietro il suo bancone. A fare (bene) il suo lavoro. A rifilarti ogni tipo di cosa imprevista con il semplice incanto delle parole e del sorriso. 


Passeranno alla storia i piccoli nodini che infilava nella stessa busta della mozzarella o della ricottina, e che, con sagacia degna di David Ogilvy, il padre della pubblicità, aveva ribattezzato "nodini della fortuna". Così non ti stava semplicemente vendendo una cosa in più: ti regalava un po' di fortuna. E c'è una bella differenza. Bisognerebbe mettere su
una scuola di avviamento al commercio e intitolarla a lui.

Quasi mezzogiorno. La piazza è assolata ma la facciata della cattedrale ombreggia le decine di manifestini funebri - cordoglio, solidarietà, in bella parata sull'ingresso alla sinistra di chi entra. 


La chiesa è bellissima, come sempre. Ma oggi di più. È più intima, nonostante sia aperta e in composto viavai di gente. Sembra di entrare in un gioiello sacro. Intendo dire: qualcosa che è appeso al collo di Dio. 

Giro gli occhi intorno e mi sembra magnifica in ogni dettaglio, la navata, i cristalli trasparenti che lasciano intravedere i tesori sotterranei dell'ipogeo - proprio come un gioiello deve fare; persino le iscrizioni e le effigie lapidarie vescovili, che di solito non mi smuovono, oggi mi sembrano in gran spolvero. Finanche le sedie aggiunte a lato dei banchi, con quell'aria da bar all'aperto - e sulle quali in altri tempi avrei forse ironizzato. Tutto sembra perfettamente al suo posto, preciso, adeguato.


In fondo, vicino al ciborio, nella zona dell'altare, la piccola folla di chi è venuto a salutare e a rendere omaggio. Vito, il suocero (e secondo padre: Pino non aveva più da tempo i genitori), sembra uscito dalla mano di uno stilista. Perfettamente in tiro, nel suo completo giacca e cravatta blunotte, camicia celeste, gli occhi umidi ma ancora la forza di un lieve sorriso. 


L'uomo che demolisce e costruisce muri con la stessa facilità con cui io batto sulla tastiera per scrivere questo pezzo è così, un uomo d'altri tempi, di una generazione che scompare - un lavoratore instancabile che alla domenica mette il vestito buono. Alla domenica e nei giorni importanti; e questo, purtroppo, è importantissimo. 

Glielo si legge nel pensiero: gli sembrerebbe di mancare di rispetto al genero/figlio, se fosse appena meno che perfetto. E poi gli serve per tenersi su. È un ex bersagliere, e ancora corre alle parate dell'associazione. Deve mostrarsi forte.

Lo abbraccio senza dire niente. Che cosa c'è da dire ancora?

Dietro la colonna sua moglie, in lacrime, e sua figlia, la moglie di Pino, la signora Lucia. Distrutta. Arriva un ragazzino paffutello vezzeggiato da tutti. Mia moglie, già sul sentiero delle lacrime, mi dice con la voce rotta: "vedi? non ha lo stesso viso del padre?"


Non lo so. Io lo vedo di spalle. Ma da come tutti lo accarezzano si capisce benissimo chi è. È da oggi il figlio di tutti noi. Con la sua sorellina. E sperabilmente con tutti i bambini che vivono situazioni simili. Che le istituzioni e i cittadini non li abbandonino, anche quando i riflettori saranno spenti.

La bara di Pino è di legno chiaro. La sua foto da giovane, ancora magro e con tanti capelli. Forse un ritaglio dalla foto di matrimonio. Sul coperchio lucido il suo cappellino da lavoro e il grembiule arancione. La sua divisa. La sua identità sociale. Il suo orgoglio. E intorno un oceano di fiori, a mazzi, a bouquet, a composizioni, di ogni foggia  e colore, nostrani ed esotici, nel disperato tentativo di arginare il magone con la vivacità cromatica, rafforzata dall'altare illuminato e dal bouquet di luce che filtra dal portale spalancato.


Fino a sfiorare i banchi disposti lato del ciborio, gli stessi - penso - dove nei secoli si è forse seduto il Capitolo, la direzione della chiesa locale. 


E per la prima volta, da laico, me li immagino come uomini che, nelle circostanze secolari, hanno provato prima a guidare la comunità e solo secondariamente a lacerarsi per il potere
Guidatori imperfetti ma devoti di questa strana nave fatta di navate e - nel tempo - piena di anime come un transatlantico di passeggeri. È una tenerezza di cui mi sorprendo. Chissà, forse sta arrivando una conversione... O più semplicemente il senso critico è ammorbidito dal dolore.

Ai piedi della bara, attaccato alla buona, un messaggio straziante e disperato a firma della moglie ("il tuo unico amore") e dei bambini. Poche righe di un pennarello verdazzurro su un semplice foglio bianco. Le cose importanti si scrivono sempre su mezzi raccogliticci.


Usciamo con la gola che è tutta un grumo. Fingiamo di padroneggiarci ma le poche parole che ci scambiamo sono tutte spezzate. Metto gli occhialini neri di protezione (ma non dal sole) e andiamo.


Fuori nel sagrato un bambino ancora inconsapevole (forse la protezione che Dio da ai fanciulli; forse il desiderio infantile di dimostrare a se stesso e alla mamma che è già grande a 9 anni, e che si potrà contare su di lui) si muove con disinvoltura, raccoglie manifestini funebri caduti e li rimette a posto.


Da sotto il cappellino spunta un viso paffutello, simpatico e rotondo. Sì. Tutto suo padre.







mario albrizio