Cosa Vedono Gli Occhi

Moro: una macchinazione internazionale





Prendo spunto dall’incontro con Giovanni Fasanella, coautore con Mario Jose Cereghino del libro “Il Golpe Inglese” edito per i tipi di Chiarelettere, che si è tenuto il 13 gennaio scorso nell’auditorium del Liceo Scientifico “Orazio Tedone”, promotore l’amico Mario Albrizio, direttore di Ruvolibera, per sviluppare qualche riflessione.

Avrei volute farle in quel contesto su invito di Mario, ma un malanno di stagione mi ha impedito di esserci. Ne sono rammaricato, come sono rammaricato della scarsa presenza dei giovani, specie di coloro che intendessero occuparsi di politica, i quali saranno sempre più privi di punti di riferimento culturali e morali, incalzati dai vaniloqui della attuale classe politica nazionale e locale che, tranne poche eccezioni, non offre uno spettacolo particolarmente edificante.

Cosa avrei detto sulla vicenda di Aldo Moro, una vicenda tragica che presenta lati oscuri, zone d’ombra, angoli ed anfratti inesplorati per timore della verità, che essa, manifestandosi come in pieno giorno, metta a nudo connivenze, machiavellismi, bassezze di ogni tipo per la conservazione di un potere che Aldo Moro prediceva sempre più scostante, distante dall’anima delle persone, generativo di più marcate disuguaglianze sociali?

Del resto molti protagonisti di quel tempo (siamo nel 1978) sono ancora vivi (Andreotti e Henry Kissinger, ad esempio) ed è altamente probabile che si debba attendere ancora molti anni prima di venire a capo di un intrigo internazionale.


Già, perché il rapimento di Moro ed il suo assassinio furono una macchinazione internazionale, come apparve subito evidente alle menti più accorte ed avvertite. Con la tragica conclusione già scritta quella mattina del 16 marzo del 1978 in via Fani, quando un commando delle Brigate Rosse (più altri) uccisero i cinque uomini della scorta di Moro (Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi) e rapirono il Presidente della Democrazia cristiana, mentre – circostanza di assoluto rilievo politico – stava recandosi alla Camera dei Deputati per la presentazione del nuovo governo guidato da Giulio Andreotti.

Il suo corpo crivellato di colpi venne ritrovato il 9 maggio del 1978 in una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, a metà strada tra via delle Botteghe Oscure e piazza del Gesù, le sedi del P.C.I. e della D.C. Anche ad un uomo di media cultura apparirebbe evidente la non casualità del fatto. E a chi opponesse una presunta casualità, ci rivolgeremmo con le medesime parole dell’inossidabile Andreotti, secondo il quale a pensare male si commette peccato ma non ci si sbaglia. O ci si sbaglia casualmente.

Tutti segnali – e neppure criptati ma assai espliciti – rivolti ad un mondo politico o meglio ad una parte del mondo politico che si accingeva ad entrare in una nuova fase della breve vicenda democratica italiana, la terza, con il coinvolgimento nell’area di governo del P.C.I. di Enrico Berlinguer, che aveva imboccato la via europea al comunismo e tagliato il cordone ombelicale con Mosca.

Un’operazione politica rischiosissima, anzi esiziale, che agitava le acque dello stagnante ordine internazionale stabilitosi dopo Yalta, avversata tanto dagli USA con Henry Kissinger quanto dall’URSS. È notorio che il Segretario di Stato americano “consigliò” vivamente Moro, con argomentazioni alquanto persuasive, di non aprire al P.C.I. Da quell’incontro Moro tornò in Italia molto turbato, ma non demorse. Mio padre mi raccontava che Moro, checché se ne potesse pensare, era un uomo mite ma testardo.

Quando era convinto della giustezza delle sue idee, non si tirava indietro. Così, nonostante le contrarietà della destra democristiana più retriva, di parte del mondo cattolico e della Chiesa, degli USA, dell’URSS, degli inglesi e di chissà chi altro, Moro tessé il governo di solidarietà nazionale, con la finalità mediata di sbloccare la democrazia italiana e di consentire l’alternanza alla guida del Paese se in questi termini si fosse espresso il corpo elettorale.

È quindi molto verosimile ritenere che al rapimento e all’uccisione di Moro fossero favorevoli molti soggetti ed entità, italiane e non italiane.

Getto qualche sasso nelle acque della riflessione.
Lo stesso Moro, in una sua lettera inviata dal carcere delle Brigate Rosse a sua moglie Eleonora, datata 7 aprile del 1978, afferma che “l’espulsione [di prigionieri politici, ndr] dallo Stato è praticata in tanti casi, anche nell’Unione Sovietica, e non si vede perché qui dovrebbe essere sostituita dalle stragi di Stato.” Emergono qui, con lo stile accorto e prudente di Moro, due riferimenti espliciti: al ruolo dell’URSS e al ruolo degli apparati deviati dei servizi segreti italiani.

Ancora. A Franceso Cossiga, in una lettera scritta presumibilmente fra il 5 e l’8 aprile, Moro scrive: “Se gli stranieri vi consigliano in altro modo, magari in buona fede, sbagliano. E le conseguenze ne sarebbero evidenti.” Un ulteriore accenno, quindi, al ruolo svolto dagli “stranieri”. Il 10 aprile al suo collaboratore Nicola Rana viene recapitata una lettera di Moro in risposta alle dichiarazioni di Taviani, definito “smemorato” dal prigioniero delle BR. Questa missiva si chiude con un interrogativo: “Vi è forse, nel tener duro contro di me, un’indicazione americana e tedesca?”.  

Che il destino di Moro fosse stato già deciso la mattina del 16 marzo lo sosteneva apertamente anche Renato Dell’Andro, suo amico personale, parlandone ai quadri morotei del partito di Terra di Bari. E lo sosteneva ben prima del 9 maggio.

Trentaquattro anni ci separano da quella buia pagina di storia. Nel frattempo la vicenda di Aldo Moro non si è sgonfiata, anzi. Il ruolo di Gladio, P2, ‘ndrangheta calabrese, banda della Magliana si sarebbe affacciato nel corso della complicata ricostruzione dei fatti, resa semmai più complicata dalla estrema diluizione nel tempo delle rivelazioni.

Mentre si è giunti ad una verità processuale, con il pronunciamento di sentenze di condanna per gli autori (sic!) degli omicidi, si è molto lontani dalla verità effettuale, dalla verità dei fatti. Del resto è assai probabile che lo stillicidio di verità o verosimiglianze sia l’ennesimo espediente affinché non si giunga alla verità tutta intera, confidando nella scarsa memoria e nel potere assoluto del presente sul passato.  Quando il presente assorbe in sé tutto il passato, non si ha nessun interesse a conoscere la verità di quell’episodio che mutò radicalmente il quadro politico italiano, privandolo di un sicuro punto di riferimento culturale, morale e politico.

Desidero concludere questo mio sommario intervento, ricordando che il giorno della domenica delle Palme del 2008, il 16 marzo, a trenta anni esatti dal suo rapimento, il vescovo di Caserta Raffaele Nogaro nell'omelia ha espressamente chiesto che si avvii un processo di canonizzazione per Aldo Moro: “uomo di infinita misericordia, che perdonò tutti”.

Sarebbe cosa buona e giusta e si rimedierebbe ad una ferita che fu aperta nel costato di Moro dal poco interessamento finanche di Paolo VI.   

Salvatore Bernocco